La Basilica  di  San Gavino  a Porto Torres

                                 a  cura di Maria Bastiana Cocco

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IL MONS AGELLUS 

GLI EDIFICI DI CULTO PRECEDENTI NELL' ATRIO COMITA

 E  NELL'ATRIO METROPOLI

La scelta del sito sul quale costruire la basilica romanica dedicata al martire Gavino, al di là della leggenda che vuole sia stato proprio il Santo ad indicare a Comita il Mons Agellus, non può certo essere stata casuale, in un’epoca come il Medioevo in cui ogni azione importante portava dietro di sè un bagaglio di simboli, di giustificazioni e di significati più profondi. Infatti altri edifici di culto hanno senz’altro preceduto la Basilica, e prima di essi esistevano ancora altre strutture, inizialmente con scopi funerari, che ci riportano indietro nel tempo fino a quasi duemila anni fa.

Sulla collina chiamata ancora oggi Monte Agellu, dal termine latino agellus cioé “piccolo campo, campicello”, la Basilica romanica andò ad impiantarsi su un’area densamente utilizzata in età romana come necropoli pagana dell’antica Turris, fin dalle prime fasi di vita della città; la zona ha restituito un numero e una varietà tale di sepolture da permettere oggi una conoscenza più approfondita della composizione sociale di Turris in un arco di tempo che spazia dal I al VI secolo d.C.

Alle sepolture pagane vennero ad affiancarsi con il III-IV secolo numerose sepolture paleocristiane: non dimentichiamo che, secondo la Passio, Proto e Gianuario esercitavano la loro opera di predicazione proprio in questa zona suburbana, che fu probabilmente scelta come propria sede dalla prima comunità cristiana della città antica.

Il culto dei Martiri Turritani deve essere stato da subito fortissimo e deve aver contribuito non poco alla crescita del numero dei fedeli; tra le sepolture cristiane deve essere sorta una prima chiesa legata alle esigenze del culto, in seguito ampliata o sostituita da un edificio più importante che i recenti scavi hanno identificato in una basilica a tre navate attiva in età bizantina, le cui strutture andarono progressivamente in rovina con la depressione economica e lo spopolamento determinati dalle incursioni saracene nel Mediterraneo centrale, durate almeno fino all’anno Mille. La successiva nascita del Giudicato di Torres e la conseguente ripresa economica favorirono tra X e XI secolo una nuova frequentazione del luogo e posero i presupposti per la costruzione dell’edificio romanico-pisano presso il quale furono trasferite da Balai Vicino le reliquie dei Santi Martiri.

Ora grazie ad una lunga campagna di scavi archeologici iniziati negli anni Ottanta e da poco conclusi sono state messe in luce le testimonianze di vita e di morte della primitiva comunità cristiana locale intorno alla quale si svilupparono i diversi edifici di culto fino alla basilica romanica, tanto che per l’importanza dei resti e delle informazioni acquisite possiamo parlare oggi più propriamente di un “complesso di San Gavino”, del quale l’edificio romanico rappresenta solo la parte più imponente.

Dal 1989 Letizia Pani Ermini e Francesca Manconi hanno diretto gli interventi di scavo realizzati nei due piazzali antistanti i lati Sud e Nord della basilica romanica, noti rispettivamente come Atrio Metropoli Turritana   Atrio Giudice Comita, i quali a partire dall’età giudicale hanno rappresentato gli spazi di servizio al culto e ai pellegrinaggi indirizzati verso la Basilica, ma che nascondevano nel sottosuolo una storia molto più antica della Basilica stessa.

Negli anni della dominazione aragonese e spagnola insieme alle modifiche interne e di facciata apportate alla Basilica si realizzarono alcuni interventi anche negli spazi esterni: la chiesa fu trasformata quasi in una sorta di “fortilizio”, e si formarono i due Atri chiusi da un recinto di case che rendevano praticamente invisibile la Basilica, addossandosi ai muri esterni e alle absidi. Una veduta efficace di come dovesse essere organizzato lo spazio interno degli Atri Metropoli e Comita fino all’Ottocento ci viene restituita da alcune fotografie e da alcuni acquerelli di don Simone Manca, che evidenziano le strutture di fortificazione della Basilica demolite solo agli inizi del Novecento.

In Atrio Metropoli

sono stati messi in luce dati che testimoniano l’ininterrotta utilizzazione dell’area fino ai tempi recenti; è stata scoperta una nuova porzione della vasta area funeraria romana e paleocristiana, datata IV-V secolo, la quale ha preceduto una fase successiva d’uso differente caratterizzata dall’impianto di una cisterna per l’acqua e di un pozzo profondo a canna quadrata, sicuramente funzionali all’approvvigionamento idrico del complesso di strutture gravitanti attorno agli edifici di culto succedutisi nel tempo. Molte delle sepolture cristiane rinvenute rivestono particolare interesse storico e artistico, in quanto sono spesso corredate di un’iscrizione e in alcuni casi da una copertura a mosaico; l’importanza dei ritrovamenti è tale da giustificare la decisione di rendere al più presto l’area accessibile alle visite del pubblico. La tendenza ad utilizzare tutti gli spazi liberi a disposizione per la sepoltura e il frequente fenomeno del riuso di tombe più antiche sembrano indicare un profondo desiderio da parte dei componenti della comunità cristiana locale di essere seppelliti in questa zona: non è escluso che qui esistesse un’area martiriale ancor prima dell’epoca nota per il trasferimento dei corpi di Gavino, Proto e Gianuario sul Monte Agellu, avvenuto secondo le fonti al tempo della costruzione dell’edificio romanico. Un’iscrizione particolarmente interessante di IV-V secolo ricorda infatti una fanciulla, Adeodata, che in base al contenuto dell’epitafio funerario dopo la morte sarebbe stata “affidata alla cura dei martiri”.

Ma è stato il cosiddetto Atrio Comita

 a settentrione della Basilica che ha restituito le sorprese più grosse relative alla storia dell’area di culto precedente la fase romanica giudicale.

Già nel 1963 il grande archeologo Guglielmo Maetzke aveva eseguito alcuni saggi di scavo, sia all’interno della navatella settentrionale della Basilica sia lungo il muro perimetrale esterno corrispondente, rinvenendo alcune strutture che interpretò come i resti di una “basilichetta cimiteriale” paleocristiana, con abside rivolto ancora ad occidente (mentre nel VI secolo, in età bizantina, si impose l’uso di orientare l’abside a oriente, in quanto il sacerdote doveva volgere le spalle ai fedeli durante la celebrazione della messa), il cui interno ospitava numerosissime sepolture, e che ipotizzò essere stato il primo edificio di culto dedicato ai Martiri, risalente al V secolo. Anche Fernanda Poli in un lavoro dedicato alla Basilica di San Gavino edito negli anni Novanta, quando gli scavi in Atrio Comita erano ancora in corso, sembrava accettare l’ipotesi di questo primo edificio di culto del V secolo orientato ancora ad ovest.


basilichetta cimiteriale

La “basilichetta cimiteriale” rinvenuta da Guglielmo Maetzke nel 1963

Ma i recenti scavi in Atrio Comita sembrano in parte rettificare le ipotesi del Maetzke: i resti dell’edificio da egli individuato sarebbero in realtà una piccola parte di altre strutture scoperte all’esterno della Basilica e parzialmente sottoposte ad essa, pertinenti ad un edificio di culto paleocristiano di V-VI secolo con abside a forma di ferro di cavallo orientata a NE, come di regola, inizialmente formato dalla sola navata centrale, che avrebbe dunque costituito la prima aula di culto del complesso. In una seconda fase costruttiva l’edificio motonave con abside a ferro di cavallo fu modificato con l’aggiunta di due navate laterali, così da formare una basilica trinavata che era probabilmente attiva in età bizantina; un ampio porticato rettangolare con doppio colonnato con pavimentazione in calcare dovrebbe aver preceduto la facciata di questa basilica trinavata, anche se è possibile che si riferisca a una terza fase edilizia precedente l’erezione della basilica romanica dell’XI secolo; questi edifici devono aver rappresentato la sede dei primi vescovi turritani (Felice nel 484, Mariniano nel 591, Valentino nel 649) e devono aver fornito parte del materiale di spoglio riutilizzato poi nella costruzione della basilica romanica, in particolare i capitelli paleocristiani con colombe. Non è escluso che alla basilica bizantina possa essere collegata la data di consacrazione della chiesa riportata nel Condaghe (4 maggio 517), nonché il grande architrave con iscrizione in lingua greca che riporta la commemorazione di una vittoria dei Sardi contro i Longobardi avvenuta nel VII secolo, anche se l’iscrizione, oggi conservata in Basilica, fu trovata nel 1927 presso la vecchia stazione ferroviaria in relazione a un altro piccolo edificio bizantino, che comunque si pensa sia stato un luogo in cui l’architrave fu riutilizzato e non il luogo della sua collocazione originaria.

Se ripercorriamo velocemente le fasi di vita di Monte Agellu documentate con le recenti indagini, sembra dunque che a una fase di necropoli romana e paleocristiana si sia affiancato nel V secolo un edificio di culto motonave, poi trasformato nella fase bizantina in una basilica trinavata preceduta probabilmente da un porticato, forse connessa con l’architrave bizantino con iscrizione di VII secolo, e che deve essere andata progressivamente in rovina tra VIII e X secolo a causa dell’abbandono dell’area di Torres in concomitanza con la pirateria saracena lungo le coste e con il minor controllo esercitato in Occidente da Bisanzio. Anche la lista dei vescovi si interrompe tra VIII e X secolo, segno che la sede vescovile dovette essere trasferita altrove per ragioni di sicurezza.

Dal X secolo iniziò una ripresa progressiva che vide la Sardegna sottrarsi alle incursioni arabe e la ripresa del controllo del Mediterraneo centrale da parte delle repubbliche marinare e della Chiesa di Roma. Fu in questo clima di rinascita economica e di riacquistata serenità, sotto l’influenza di Pisa e del Papato, che nacquero i Giudicati sardi. Comita, primo giudice a vita di Torres, nell’XI secolo iniziò per il prestigio del suo Giudicato la costruzione di una nuova, monumentale, straordinaria Basilica in stile romanico in onore dei Martiri grazie all’opera di maestranze pisane chiamate dal continente, sostituendola alle rovine della basilica bizantina, ormai inservibile, ma recuperandone parte del materiale architettonico insieme a quello delle vestigia romane della città antica; secondo il Condaghe suo figlio Torchitorio l’avrebbe portata a termine e avrebbe assistito alla sua consacrazione e alla canonizzazione dei Martiri; tuttavia in seguito fu un loro successore, il giudice Mariano I, sicuramente in carica nel 1074 quando la Basilica divenne sede arcivescovile, che portò l’edificio alla forma architettonica attuale, aggiungendo una seconda abside a occidente nel rispetto e in armonia con le caratteristiche stilistiche precedenti dell’edificio.


Per approfondire:

- GUGLIELMO MAETZKE, Monte Agellu - Le origini della Basilica di San Gavino di Porto Torres secondo le testimonianze archeologiche, Sassari 1989.
- AA. VV., Porto Torres e il suo volto, Sassari 1992, pp. 67 ss.
- FERNANDA POLI, La Basilica di San Gavino a Porto Torres. La storia e le vicende architettoniche, Sassari 1997, pp. 61 ss.

Sui recenti scavi negli Atri Metropoli e Comita, di prossima pubblicazione integrale, si vedano per ora i seguenti contributi:
- FRANCESCA MANCONI, Porto Torres (Sassari). Loc. Atrio Comita: Basilica di San Gavino,“Bollettino di Archeologia”, I-2, 1990, pp. 271 ss.
- LETIZIA PANI ERMINI, Porto Torres (Sassari). Basilica di San Gavino, “Bollettino di Archeologia”, 4, 1990, pp. 135 ss.
- MARIA ISABELLA MARCHETTI, Porto Torres (Sassari). Basilica di San Gavino. Interventi di scavo in Atrio Metropoli, “Bollettino di Archeologia”, 19-20-21, 1993, pp. 215 ss.
”- FRANCESCA ROMANA STASOLLA, Porto Torres (Sassari). Basilica di San Gavino. Atrio Comita, “Bollettino di Archeologia”, 19-20-21, 1993, pp. 216 ss.
- FRANCESCA MANCONI-LETIZIA PANI ERMINI, Nuove ricerche nel complesso di San Gavino di Turris Libisonis, in Insulae Christi. Il Cristianesimo primitivo in Sardegna, Corsica e Baleari, a cura di PIER GIORGIO SPANU, Oristano 2002, pp. 289 ss.

 

 

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