La Basilica  di  San Gavino  a Porto Torres

                                 a  cura di Maria Bastiana Cocco

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LE FONTI SCRITTE SU SAN GAVINO

LA PASSIO, L’INVENTIO  Ed  IL CONDAGHE DI SAN GAVINO

La più antica testimonianza letteraria relativa al culto dei Martiri Turritani Gavino, Proto e Gianuario si trova nel già citato Martirologio Geronimiano (Martyrologium Hieronymianum, un catalogo di martiri cristiani compilato nel V secolo); una seconda menzione della sola figura di San Gavino ci è invece fornita per l’età altomedievale dall’epistolario di Gregorio Magno, dove in una lettera indirizzata al vescovo di Cagliari Gianuario, datata luglio 599, si parla di un monastero cagliaritano dedicato ai “Santi Lussorio e Gavino”.

Ma i documenti letterari dai quali si ricavano le notizie più importanti circa i luoghi  e i modi in cui avvenne il martirio, nonché le forme nelle quali si celebrò la memoria martiriale fino alla costruzione della Basilica romanica sul Monte Agellu sono la Passio, l’Inventio e il Condaghe di San Gavino, testi ai quali va necessariamente applicata una lettura critica, ma che contengono indubbiamente alcuni riferimenti storicamente attendibili.

La Passio Sanctorum Martyrum Gavini Proti et Ianuarii

è il frutto della contaminazione e fusione tra l’originaria trasmissione orale latina della vicenda storica, operata fin dal IV-V secolo in seno alla chiesa turritana, e l’opera degli agiografi medievali, che devono aver utilizzato per l’elaborazione del testo alcuni elementi tipici della trasposizione scritta delle vite dei Santi, insieme ad alcune citazioni ricorrenti tratte dai Testi Sacri.
La Passio fu redatta in Sardegna da un anonimo agiografo tra la metà del XI e gli inizi del XII secolo, grosso modo al tempo dell’edificazione della Basilica romanica; fu scritta in una curata prosa ritmica, da un autore che aveva evidentemente una certa conoscenza dei luoghi dei quali parlava; probabilmente nacque dall’esigenza di avere un testo liturgico del quale servirsi in occasione della celebrazione dei festeggiamenti in onore dei tre Martiri.
La versione scritta del testo ci è pervenuta attraverso diversi documenti: la fonte più antica è rappresentata da due manoscritti cistercensi del XII secolo, provenienti dall’abbazia di Clairvaux, conservati oggi presso la Biblioteca della Facoltà di Medicina di Montpellier: l’acquisizione dei testi originali è stata resa possibile dall’interessamento del Centro Studi Basilica di San Gavino di Porto Torres, nato dal desiderio di un gruppo di studiosi di recuperare le radici più antiche della storia e dell’arte legate alla vicenda dei Martiri turritani. Dobbiamo al viaggio in Francia e al paziente lavoro di don Antonio Giuseppe Manconi, Parroco di San Gavino, e di Mons. Giancarlo Zichi che ne ha personalmente curato la recente edizione critica, se oggi disponiamo del testo estratto dal sesto e dal quinto volume del Liber de Natalitiis, ossia il Leggendario di Chiaravalle, dal quale sono state recuperate le sei pagine pergamenacee che raccontano la storia dei tre Martiri Turritani.

Ma per quale motivo la vicenda dei tre martiri sardi è stata registrata in due manoscritti cistercensi provenienti da Clairvaux? L’origine del fenomeno va ricercata nel legame con l'ordine cistercense di un famoso Giudice di Torres, Gonario, che a metà del XII secolo favorì l’insediamento in Sardegna di un gruppo di monaci cistercensi, tra i quali deve aver introdotto il culto dei tre martiri più venerati del suo Giudicato. Dopo un pellegrinaggio in Terra Santa e in seguito alla morte di San Bernardo di Chiaravalle (1153), lo stesso Gonario si diede alla vita monastica trasferendosi a Clairvaux, dove visse fino alla morte nel 1178: sarebbe dunque attraverso la figura di Gonario e l’opera dei cistercensi in Sardegna che la Passio di Gavino, Proto e Gianuario sarebbe entrata a far parte del Leggendario di Chiaravalle.

Esistono altre testimonianze scritte, ma meno antiche, della Passio: si tratta di un incunabolo a caratteri gotici stampato a Venezia nel 1497, noto in due esemplari (uno alla British Library di Londra e l’altro conservato presso la Biblioteca Comunale di Sassari) e, in forma riassuntiva, del testo contenuto in un Florilegio proveniente dalla Biblioteca di Santa Croce di Firenze, conservato oggi alla Biblioteca Laurenziana, datato alla fine del XIV secolo.

L’incunabolo veneziano riproduce l’Officio liturgico dei Santi Martiri, (Officium Sanctorum Martyrum Gavini, Proti et Januarii), contenente appunto la nostra Passio che occupa le prime 8 lectiones, e la lectio nona che tramanda invece la cosiddetta Inventio.

La Passio si presenta dunque come il documento fondamentale sul quale si basa il culto dei nostri Martiri; ad altri due importantissimi documenti scritti dobbiamo invece il racconto (per molti tratti leggendario) delle vicende che portarono alla costruzione della magnifica basilica romanica degli anni successivi al Mille: l’Inventio e il Condaghe di San Gavino.

L’Inventio Corporum Sanctorum Martyrum Gavini, Proti et Januarii

ci è tramandata in appendice (Lectio IX) alla Passio all’interno dell’incunabolo quattrocentesco dell’Officium Sanctorum Martyrum Gavini, Proti et Januarii, stampato a Venezia nel 1497 per i tipi di Pietro de Quarengiis di Bergamo. Mentre la Passio narra del solo martirio dei Santi, l’Inventio ci informa circa la diffusione del loro culto e racconta l’episodio della fondazione tra X e XI secolo della basilica romanica ad opera del giudice Comita, quello che sembra essere stato il primo Giudice di Torres in ordine di tempo.
Narra appunto l’Inventio che Comita, Giudice del Logudoro e d’Arborea, uomo di solidi principi cristiani e sovrano modello, attento alle esigenze dei pi¨ bisognosi, poveri e vagabondi, non mancasse di ospitare, nutrire e vestire quotidianamente quanti presso di lui ne avessero necessitÓ. Nonostante il suo buon operato fu tuttavia colpito da lebbra insanabile, gettando nello sconforto la devotissima madre e tutta la comunitÓ cristiana del regno, clero e fedeli, insieme ai numerosi poveri beneficiati dall’altruismo dimostrato dal Giudice durante il suo governo: ad essi non restava altro che affidare le speranze di guarigione alla preghiera, non potendo i medici far niente per salvarlo.
Una notte il Santo Gavino, in abiti da soldato, vestito di bianco su un bianco cavallo, armato di lancia e vessillo e avvolto da un’aura di luce fulgidissima apparve a Comita nella sua stanza, mosso dalle preghiere dei fedeli. Gavino chiese a Comita di andare a cercare il suo corpo e quello dei suoi due compagni di martirio presso il litorale di “Balagai”, dove uomini pii avevano sepolto le loro spoglie dopo la decapitazione, e di trasportarle in un luogo onorevole e sicuro, all’interno di un nuovo monumento e in una nuova chiesa, dopo la fondazione della quale sarebbe finalmente guarito dalla lebbra.

Comita, chiedendo consiglio sulla visione, convocò vescovo, clero e popolo sul Monte Agellu e con l’incoraggiamento della preghiera collettiva si decise ad intraprendere la ricerca: dopo tre giorni di digiuno espiatorio e purificatore, la folla di devoti giunse al primitivo luogo di sepoltura a Balagai, prostrandosi a terra e pregando intensamente fra le lacrime. Qui si diede inizio alla ricerca dei tre Corpi Santi, in quel luogo che probabilmente le incursioni saracene, nel periodo successivo al martirio di IV secolo, avevano costretto a una minor frequentazione e poi all’abbandono. Una volta trovati i Corpi vennero trasportati festosamente tra canti e inni di lode da “Balagai” al “suburbio turritano”, identificato unanimemente con il monte Agellu, in quella fascia di territorio fuori le mura dove era sorta prima la necropoli romana e poi la prima comunità cristiana con gli edifici di culto paleocristiani e bizantini ormai in rovina, destinati ad essere soppiantati dalla basilica che di lì a poco Comita fonderà. Nell’episodio governanti e sudditi gioiscono tutti insieme, coralmente, mentre al trasporto trionfale sul monte Agellu vengono legati eventi miracolosi come la restituzione della vista ai ciechi, dell’udito ai sordi, la cacciata di demoni dalle anime possedute.
I Corpi Santi vennero seppelliti; Comita stesso cominciò lo scavo della fondazione della nuova basilica e guarì. Infine secondo l’Inventio Comita non solo diede avvio alla fondazione, ma portò a termine la costruzione dell’intera basilica.

Questo testo deve essere stato composto in un momento posteriore rispetto alla Passio; infatti in quest’ultima non esistono riferimenti interni alla costruzione della basilica romanica e alla traslazione sul Monte Agellu delle reliquie dei Martiri da Balai Vicino, mentre l’Inventio nomina il sito di “Balagai” e parla della fondazione della basilica romanica da parte del giudice Comita: la sua composizione deve dunque essere orientativamente collocata alla prima metà dell’XI secolo, al tempo stesso della costruzione dell’edificio romanico-pisano e dell’elaborazione scritta del testo della Passio, tramandato fino ad allora in forma orale.

Diverso dall’Inventio in più punti è invece il racconto della vicenda tramandato dal Condaghe, che ripercorre la stessa storia parlando però della morte del giudice Comita prima del completamento dell’edificio e delle successive fasi di costruzione e di consacrazione della basilica legate alla figura di suo figlio Torchitorio.

Il Condaghe di San Gavino

in realtà costituisce la fonte scritta più problematica, ritenuta spesso ingiustamente totalmente inattendibile; la sua recente pubblicazione ad opera di Giuseppe Meloni tende invece a rivalutarne il ruolo come fonte di informazioni uniche relative al periodo della nascita dei Giudicati in Sardegna, o a considerarlo comunque quantomeno un documento prezioso di una parte della storia sarda non altrimenti documentata in maniera adeguata.
Esso è una cronaca in prosa, redatta in lingua logudorese, la cui cronologia resta imprecisata (un nucleo narrativo di XIII secolo?) anche a causa delle varie interpolazioni e aggiunte finali che il documento deve aver subito fino alla redazione del testo scritto a noi pervenuto, opera dell’erudito sassarese Francesco Rocca, edito a Venezia nel 1497, a Roma nel 1547, quindi a Sassari nel 1620 all’epoca del fervore religioso alimentato dalla ricerca delle reliquie dei Martiri sotto la Basilica ad opera dell’Arcivescovo di Torres Gavino Manca de Çedrelles.

Il Condaghe  racconta che Comita fu il primo giudice nominato a vita per il suo buon governo, mentre precedentemente si sarebbero avute solo elezioni annuali; parla della sua famiglia fatta tutta di donne, la madre e tre sorelle, delle quali una, Giorgia, si occupò degli affari politici e militari del regno durante la malattia del fratello. Nel Condaghe rispetto all’Inventio crescono gli elementi miracolosi: si parla di ben tre apparizioni di Gavino a Comita ammalato di lebbra, assistito dalla madre e dalle sorelle. Dopo la prima apparizione Comita radunò i sudditi del Giudicato di Logudoro e d’Arborea; questi accorsero numerosi dai villaggi dell’entroterra del porto di Torres, e fu uno di loro ad indicare la localizzazione del Monte Agellu, dove Comita venne immediatamente trasportato. Comita ebbe dunque una seconda apparizione di San Gavino che cavalcava sulle onde del mare senza esserne bagnato: il Santo gli chiese di costruire qui la chiesa promettendo la guarigione dalla lebbra dopo che avesse dato tre colpi di zappa al terreno per la sua fondazione. In seguito gli apparve nuovamente in sogno indicandogli le dimensioni che la chiesa avrebbe dovuto avere: allora Comita fece giungere da Pisa 11 capomastri tra i migliori a disposizione e, convocato il clero, iniziò la ricerca dei Corpi Santi a “Balay”. I corpi, ben conservati, vennero ritrovati dopo tre giorni di ricerche seguendo la direzione dei fumi dell’incenso fatto bruciare dalla sorella di Comita, Caterina. Come si può notare Condaghe e Inventio differiscono in diverse parti della narrazione; ma la parte più innovativa del Condaghe risulta essere quella successiva: infatti Comita sarebbe morto subito dopo il ritrovamento dei corpi e seppellito in mezzo alla chiesa, sotto l’altare; terminato l’edificio Caterina radunò i sudditi presso il villaggio di Cerchi e fece eleggere nuovo giudice a vita del Logudoro e dell’Arborea Torchitorio, figlio di Comita, che dunque avrebbe seguito le fasi di completamento della basilica romanica. Quindi fu inviata un’ambasceria a Roma con una somma di denaro perché fosse inviato un cardinale che consacrasse la chiesa e canonizzasse i corpi dei tre martiri; il legato pontificio concesse la consacrazione delle spoglie e elargì indulgenze insieme agli altri arcivescovi che visitarono la chiesa in quella occasione. Infine il Condaghe riporta un elemento evidentemente anacronistico: la data di consacrazione della Basilica fissata al 4 maggio 517, precedente di ben cinque secoli l’epoca della sua costruzione e dei fatti narrati (XI secolo).

L’Inventio e il successivo Condaghe nascondono motivazioni politiche oltre che scopertamente religiose: mirano ad esaltare il nuovo edificio costruito dai Giudici, a favorire lo sviluppo dei pellegrinaggi (e di conseguenza dei mercati), ad alimentare la ripresa economica dal centro di Torres dopo la depressione e lo spopolamento determinati dalle incursioni saracene antecedenti l’anno Mille.

Sembra in ogni caso che il Condaghe sia stato composto in un momento successivo all’Inventio, in quanto parla della morte di Comita e di episodi successivi di cui in essa non si parla. Anche l’indicazione del sito dell’originaria sepoltura presso il luogo di decapitazione con il termine “Balay”, più vicino al toponimo attuale Balai, in luogo del “Balagai” dell’Inventio, concorre ad avvalorare l’ipotesi della sua posteriorità; inoltre nel Condaghe non si ha memoria precisa della localizzazione del Monte Agellu e della stessa sepoltura a Balay, tanto che si deve ricorrere prima alla memoria di un paesano e poi all’aiuto divino mediato dal fumo dell’incenso per identificare questi luoghi. Si parla poi di alcuni villaggi del sassarese spopolati già dal XV secolo, mentre non si parla ancora di Sassari, che ebbe uno sviluppo importante a partire dal XIII secolo.

Due anacronismi certi interni al Condaghe sono senz’altro la menzione della presenza arcivescovile a Torres, impossibile prima del 1074 sotto il giudice Mariano I, e, in coda al documento, la data di consacrazione della basilica di Comita e Torchitorio nel 517, data che probabilmente si riferisce invece alla consacrazione di una precedente chiesa del V secolo e che forse era indicata in un’iscrizione lapidea conservata in passato nella Basilica, iscrizione ricordata in un’opera in latino di Giulio Roscio Ortino del 1589 e oggi evidentemente non più reperibile.

 

I LUOGHI DELLA VICENDA: QUALE ATTENDIBILITÀ?


Il racconto del martirio così come ce lo propongono le fonti scritte racchiude senz’altro alcuni elementi di veridicità legati ai luoghi di culto presso i quali secondo la tradizione si rese omaggio ai tre Santi nei secoli immediatamente successivi al martirio del IV secolo: il primo luogo di culto in memoria di Gavino, Proto e Gianuario (“Locum Repositionis”) deve essere stato presso l’attuale chiesetta di Balai Vicino e gli adiacenti ipogei funerari pagani, dove la tradizione popolare identifica non solo la prima sepoltura, ma confusamente anche il luogo di prigionia e la spelonca in cui i due religiosi si rifugiarono una volta liberati da Gavino, spelonca nella quale il soldato apparve loro subito dopo la decapitazione.

Il luogo della decapitazione (“Locum Martyrii”) invece è stato identificato presso la più periferica chiesetta di Balai Lontano, lungo la strada per Platamona, dove secondo la leggenda popolare su una porzione della scogliera non crescerebbe più erba, proprio nel punto in cui la terra sarebbe stata bagnata dal sangue del sacrificio.
L’autore della Passio non ne parla esplicitamente, ma doveva comunque conoscere bene la zona fuori città presso la quale avvennero le tappe del martirio; sono invece l’Inventio e il Condaghe a fornirci il toponimo del luogo, indicato come “Balagai” e poi “Balay”.

Altro elemento storico della Passio relativo ai luoghi di ambientazione della vicenda risulta essere, oltre la menzione della civitas Turris e del portus Turritanus, anche la denominazione dell’isola Cornicularia o Cunicularia nella quale Proto sarebbe stato temporaneamente esiliato: si tratta probabilmente di un’isola dell’arcipelago della Maddalena, fatto che estenderebbe l’orizzonte delle conoscenze geografiche dell’agiografo compositore del testo a tutta l’area delle Bocche di Bonifacio.

Totalmente legata alla fantasia popolare è l’identificazione della sede a Turris del governatore della Sardegna e della Corsica, presso la quale si sarebbero svolte le diverse sedute del tribunale, con le vestigia termali romane situate nell’area prossima alle antiche strutture portuali: quelli ancora oggi denominati come “Palazzo di Re Barbaro” non sono infatti i resti di un antico edificio di rappresentanza, ma gli imponenti resti di un complesso termale attivo tra il II e il IV sec. d.C., devastati dalla costruzione della linea ferroviaria nel XIX secolo, e tuttavia costituenti la parte più evidente del ricchissimo patrimonio archeologico della città di Porto Torres.

Certa è invece l’identificazione del  Mons Agellus  ricordato nella Passio con l’attuale quartiere della città di Porto Torres denominato appunto Monte Agellu o, come spesso accade, Monte Angellu: il termine agellus (“piccolo campo”), già sede in età romana di una delle tre necropoli funerarie pagane della città di Turris, poi divenuto luogo di sepolture cristiane e fulcro della prima comunità paleocristiana già dal IV-V secolo, indica lo spazio che ospiterà diversi edifici di culto in età bizantina prima dell’erezione sullo stesso sito della Basilica romanica dell’XI secolo.
Infine potrebbe essere ipoteticamente considerata una figura storica, insieme a quella di Gavino, anche quella del governatore sardo Barbaro; il nome dello stesso governatore ritorna infatti anche nelle Passiones di altri martiri sardi e corsi: San Saturnino di Cagliari, San Simplicio di Olbia e Santa Devota in Corsica.


Per approfondire:

- Passio Sanctorum Martyrum Gavini Proti et Ianuarii, testo latino a cura di GIANCARLO ZICHI, versione italiana di KATIE ACCARDO, collana “Studi e Documenti” a cura del Centro Studi Basilica di San Gavino Porto Torres, Stamperia Artistica Sassari 1999.
- FILIPPO CANU, Martirio a Turris, dramma sacro, Sassari 1985.
- GIUSEPPE MELONI, Il Condaghe di San Gavino, Cagliari 2005.
- PIER GIORGIO SPANU, Martyria Sardiniae. I santuari dei martiri sardi (Mediterraneo tardoantico e medievale. Scavi e ricerche, 15), Oristano 2000, pp. 115 ss.
- PIER GIORGIO SPANU, Il cristianesimo-Gavinus, Protus e Gianuarius di Turris, inStoria della Sardegna antica, a cura di ATTILIO MASTINO, Genova 2005, pp. 472 ss.
- FERNANDA POLI, La Basilica di San Gavino a Porto Torres. La storia e le vicende architettoniche, Sassari 1997, pp. 43 ss.

 


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