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I PARAMORFISMI  PSICOLOGICI  a cura di Marco Guicciardi

Quali benefici comporta dal punto di vista psicologico il praticare un’attività sportiva durante l’infanzia?
Quali sono i meccanismi che fanno del movimento un insostituibile combustibile per la mente? 
Si può parlare correttamente di paramorfismi psicologici?
A che punto è la ricerca in Italia? 
Quali sono gli auspicabili sviluppi degli interventi in questo settore?

Quali benefici comporta dal punto di vista psicologico

 il praticare un’attività sportiva durante l’infanzia?

             L’attività motoria e sportiva può rappresentare per i bambini una occasione di benessere, formazione e sviluppo. L’attività motoria oltre a sollecitare l’apparato osteoarticolare e muscolare rappresenta un imprescindibile alimento per la costituzione e lo sviluppo della mente. Tramite il gioco e il movimento il bambino impara ad esplorare il mondo circostante, a relazionarsi con gli oggetti e le persone e a diventare artefice della propria azione. Tramite la fiducia che il bambino acquisisce nel muoversi in situazioni di gioco, egli affina l'esperienza sensoriale,  la arricchisce con nuovi stimoli e forme di elaborazione cognitiva che implicano a partire dalla fanciullezza  la percezione di competenza fisica e della propria apparenza corporea che rappresentano il fulcro iniziale  della propria identità personale.  

Quali sono i meccanismi che fanno del movimento un insostituibile combustibile per la mente? 

            Come testimoniano i più recenti contributi delle neuroscienze muoversi è comprendere: il movimento non è un semplice epifenomeno di un processo cognitivo che avviene altrove, ma solo nel corpo e tramite il corpo si possono sviluppare i nostri processi psichici superiori (linguaggio, ragionamento, imitazione). L’osservare un’azione compiuta da altri attiva nel nostro cervello le stesse aree che sono deputate all’esecuzione del movimento osservato. Sembrerebbe pertanto che uno spettatore possa avere un’esperienza motoria simile a quella del suo beniamino le cui gesta osserva stando comodamente sprofondato in poltrona. Se non fosse che, un conto è compiere un’azione, un conto è osservarla. Altrimenti avrebbero ragione quanti praticano lo sport più diffuso in Italia che consiste nel cambiare con una sola mano i programmi televisivi tramite il telecomando!!!

            A differenza della azione osservata, la locomozione non soltanto ci informa sul mondo circostante, ma ci trasforma anche come esseri percepenti. Se i ghiacciai che si palesano all’alpinista d’alta quota rimangono una esperienza inaccessibile ai più, al pari delle profondità degli abissi o all’accelerazione negativa che esperiscono i piloti di caccia, non dobbiamo dimenticare che in un passato più o meno recente ciascuno di noi ha provato il brivido di osservare il mondo da una prospettiva eretta, dopo averlo esplorato in posizione quadrupede.

            Con l’acquisizione della deambulazione cambia per il bambino non solo la prospettiva, ma anche lo spazio di libero movimento che si dilata sino ad includere quel mondo degli oggetti  non a diretta portato di mano, che precedentemente era reso accessibile solo mediante la mediazione di qualche figura di riferimento.    Famosi esperimenti condotti intorno agli anni sessanta da …. hanno efficacemente dimostrato che il semplice movimento può non rappresentare un adeguato alimento per la mente quando non è sostenuto da una intenzionalità consapevole.

Cosa succede alla mente di un organismo inattivo o carente di iniziativa personale è stato dimostrato anni orsono da Held  e Hein tramite una ingegnosa proceduta sperimentale (vedi figura). I ricercatori allevarono dei gattini al buio e li esposero alla luce solo in condizioni controllate. Ad un primo gruppo di animali fu consentito di muoversi qua e là normalmente, ma ciascuno di essi era attaccato a un carrello e a un cestino che conteneva un animale del secondo gruppo. I due gruppi pertanto condividevano la stessa esperienza visiva, ma il secondo gruppo era completamente passivo. Quando gli animali furono liberati dopo qualche settimana di questo trattamento, i gattini del primo gruppo si comportavano normalmente, ma quelli che erano stati portati qua e là dagli altri si comportarono come se fossero stati ciechi: urtavano contro gli oggetti e cadevano ai bordi delle superfici usate per farli camminare (citato in: Varela, Thompson e Rosch, La via di mezzo della conoscenza, Feltrinelli, Milano, 1991, pagg. 207-208).  

Si può parlare correttamente di paramorfismi psicologici?

             Credo che l’esperimento precedente possa rappresentare un buon punto di partenza per discutere di paramorfismi psicologici, legati a ipocinesia o per essere più precisi ad una dieta motoria povera di intenzionalità. Spesso si sente ripetere che la vita odierna con i suoi ritmi frenetici e con la diffusione nei paesi più industrializzati delle tecnologie, abbia limitato le potenzialità di movimento di intere generazioni. E’ sufficiente confrontare gli stili di vita di quanti popolano la maggior parte dei piccoli centri rurali della Sardegna con quanto in genere esprimono sul piano motorio i bambini cresciuti nelle grandi città, per accorgersi delle difficoltà che i secondi incontrano sul piano fisico ed espressivo, quando non sono stati opportunamente sollecitati dalla attività sportiva extrascolastica.

            L’attività sportiva è un contesto regolamentato dove il bambino può fare esperienza di sé e degli altri, potenziare il suo corpo  e ampliare gli orizzonti della sua mente.

Tramite l’azione motoria il bambino amplia le proprie competenze, acquisisce importanti abilità e sviluppa nuove consapevolezze.  L’attività motoria o sportiva se opportunamente proposta sollecita spontaneamente il desiderio del bambino di mettersi alla prova, di stabilire le proprie competenze e di esplorare il mondo circostante. Oltre al bisogno di movimento e di educazione del proprio corpo, l’attività motoria può appagare il bisogno di autorealizzazione, di appartenenza, di gioco e avventura e di vivere in un ambiente naturale .

Lo sport con le sue regole, ruoli e gesti sottolinea l’importanza di una socializzazione primaria, tramite cui il bambino impara ad acquisire una propria collocazione, emotivamente connotata. Molti adulti ricordano spesso, talvolta con nostalgia, il senso di appartenenza e lealtà sperimentato da giovani all’interno delle compagini sportive, fossero esse orientate a sport individuali o di squadra. Elemento che le statistiche nazionali confermano ogni qual volta evidenziano che chi ha praticato sport da piccolo tende in genere a mantenerlo da adulto e a trasmetterlo alla propria prole. 

A che punto è la ricerca in Italia? 

Ad un livello più analitico corre tuttavia l’obbligo di considerare che buona parte di quanto sinora riportato è frutto di considerazioni personali, per lo più condivise, che rappresentano un patrimonio comune di conoscenze, che sarebbe opportuno incontrasse una maggiore attenzione da parte di coloro che hanno a cuore lo sport. Mi riferisco in particolare alla carente presenza di studi scientifici, soprattutto in ambito nazionale, che traducano le osservazioni e considerazioni sinora esposte in ipotesi di ricerca e studi controllati, atti a stabilire quali meccanismi e fattori siano responsabili dello sviluppo di queste potenzialità psicologiche.

            Passando in rassegna numerosi studi condotti all’estero sull’argomento Gruber ( 1986), ha avuto modo di constatare che  la partecipazione nel gioco diretto e/o nei programmi di educazione fisica contribuisce allo sviluppo dell’autostima nei bambini delle scuole elementari, soprattutto per coloro che presentavano all’inizio una bassa autostima o manifestano un rilevante disagio emotivo.  Dalla meta-analisi condotta da Gruber è risultato che le attività di allenamento aerobico erano quelle che producevano migliori effetti sull’autostima e che i metodi di insegnamento personalizzato si dimostravano più efficaci rispetto ai metodi di gruppo ed ai metodi dominati dall’insegnante.

In particolare gli effetti apparivano maggiori per quelle componenti della autostima maggiormente connesse al piano fisico e motorio. I dati mostrano che l’esercizio ha un effetto positivo sia per i maschi che per le femmine, anche se le femmine potrebbero trarre maggior beneficio in quanto hanno spesso punteggi consistentemente più bassi sia sulla fiducia di Sé che nell’immagine corporea, valore di Sé fisico e autostima.

È stato dimostrato per esempio, che i bambini e gli adolescenti che praticano attività sportive hanno un miglior concetto di Sé dei sedentari e che i benefici relativi ai programmi di attività fisica sono evidenti anche dopo periodi di breve durata . La ricerca relativa al rapporto tra programmi di attività fisica e motoria e concetto di Sé ha spesso però trascurato l’ambito scolastico. Uno dei pochi studi condotti in ambito scolastico da Goni e Zulaika (2001), ha mostrato che coloro che hanno partecipato ad uno sport scolastico ( sia individuale che collettivo) ottenevano punteggi più alti nel concetto di Sé in ognuna delle dimensioni misurate rispetto ai non partecipanti. Le differenze più rilevanti sono state rilevate nell’ambito sportivo e in generale nell’ambito non accademico. Viceversa non sono emerse differenze evidenti nel concetto di Sé generale. La sensibilità di tali misure si estendeva  sino a considerare i ruoli ricoperti dai partecipanti: laddove i titolari manifestavano rispetto alle riserve, punteggi più alti nel concetto di Sé. Le conclusioni tratte dagli autori, oltre a sottolineare la importanza della educazione motoria all’interno del curriculum degli studi, rinviano alla necessità di prestare attenzione  ai cambiamenti positivi che un clima sereno che ponga come primo obiettivo la cooperazione e l’aspetto ludico piuttosto che la competizione, può produrre in ambito scolastico unitamente all’utilizzo di un metodo aperto e flessibile che permetta ai bambini di partecipare attivamente al movimento. Una notazione a margine di tali ricerche è tuttavia d’obbligo, non essendo sinora la ricerca condotta, quasi sempre di tipo correlazionale, nella condizione migliore per poter stabilire se lo sport genera dei giovani più responsabili, leali, efficaci e impegnati o viceversa costoro siano coloro che più facilmente permangono all’interno dell’ambito sportivo: dove - come qualcuno faceva acutamente osservare - il secondo classificato è il primo dei perdenti.

 

Quali sono gli auspicabili sviluppi degli interventi in questo settore?

 

Servirebbero maggiori sforzi e una consapevolezza più diffusa che veda nella formazione dei giovani, ancor più se in tenera età, l’esigenza di conoscenze specialistiche e sensibilità personali maggiormente sollecitate dalle curiosità dei piccoli. Purtroppo, tali requisiti sono ancora lasciati ad un arbitrio sin troppo libero, che stabilisce per consuetudine che tanto più le promesse sono reali tanto maggiori devono essere le competenze in campo, dimenticandosi spesso che l’unica vera forma di apprendimento è quella che precede lo sviluppo. Investire nei vivai e nello sport giovanile significa anche costruire le basi per una migliore società del domani. Se i bambini imparano da piccoli che muoversi è divertente, esaltante e utile potranno da grandi scongiurare i pericoli della sindrome ipocinetica. Se viceversa, saranno lasciati a loro stessi o agli allenatori di qualche anno più grandi, ma inesperti, è molto probabile che questo patrimonio possa non produrre i frutti sperati. Non è un mistero che sempre più spesso si assiste ad  un abbandono precoce della attività sportiva. Giovani preadolescenti che a undici - dodici anni hanno bruciato il loro interesse e la loro passione per lo sport, talvolta inseguendo i sogni, quando non le frustrazioni più o meno inconfessate, dei loro allenatori o genitori.

            L’esasperazione dell’agonismo e della competizione, le pressioni derivanti dai genitori, dalla squadra e dagli allenatori, le prospettive economiche di un successo futuro e nei casi più eclatanti le esigenze degli sponsor possono favorire l’instaurarsi di un clima particolarmente richiedente in termini di prestazioni, che il bambino non ha la possibilità di fronteggiare attivamente, non avendo sviluppato sufficienti competenze relazionali e sociali e trovandosi, per ragioni anagrafiche, oltre che psicologiche, in condizioni di dipendenza dagli adulti. Da qui un senso di noia e frustrazione, una perdita di entusiasmo per gli allenamenti, la tendenza ad assumere un ruolo marginale, scelto o imposto, all’interno del gruppo sportivo; spesso l’instaurarsi di veri e propri fenomeni di ansia da prestazione che possono innescare meccanismi fobici o alimentare sentimenti depressivi e auto svalutativi. Quando l’ansia da competizione si innesca in un terreno di scarsa autostima e di debole motivazione interna, le pressioni possono trasformarsi in frustrazioni e dar vita a fenomeni di aggressività auto ed eterodiretta e di abbandono precoce. Forse può sembrare eccessivo affermare che dietro ogni abbandono precoce c’è il fallimento di una proposta educativa, ma considerare lo sport in giovane età un impegno intollerabile e frustrante significa forse averne perso il significato più autentico vale a dire il valore emancipatorio del movimento, del gioco e dell’agonismo.

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